Arriva la seconda tranche di tasse del governo Letta-Alfano. Mentre qualcuno prevede il default per l’Italia

Iniziano a tremare i polsi (e non c’è un filo di retorica o demagogia in questa affermazione).

Ieri, Il Fatto Quotidiano è riuscito a mettere le mani su un report “riservato” realizzato daMediobanca Securities. In esso, per farla breve, l’analista Antonio Guglielmi postula che il Belpaese, entro sei mesi, «potrebbe essere costretto alla richiesta di salvataggio», proprio come è accaduto alla Grecia. L’Italia, infatti, causa contesto macroeconomico, si troverebbe in una situazione ben peggiore di quella vissuta nel ’92: stante la crescita anemica del Pil, dovuta al mancato varo di serie riforme di sistema e all’incremento esponenziale del prelievo fiscale registratosi negli ultimi anni, essa potrebbe, di qui a breve, non essere più in grado di ripagare il proprio debito; questo, sostiene Guglielmi, starebbe portando il rendimento dei Btp a superare quello dei Bot di pari durata: «Questa differenza di rendimento non ha alcuna ragione di esistere a meno che i mercati non stiano facendo differenza tra i bond a rischio ristrutturazione (Btp) e quelli che non sono soggetti a ristrutturazione (Bot e strumenti di mercato monetario)».

Ecco. Chi scrive non ha strumenti per confermare o confutare tale analisi: trattasi di questione assai complessa e solo un economista potrebbe dirimerla. Nondimeno, siccome è indubitabile che il nostro debito abbia raggiunto un livello assai elevato, 2.041 miliardi di euro, e che il nostro Pil cresca troppo poco per garantirne la sostenibilità, è possibile affermare quanto segue: o il governo in carica capisce che è finita la ricreazione, che è davvero arrivata l’ora di smetterla di fare gli italioti chiagne e fotti, che si deve drasticamente ridurre la spesa corrente e smettere di aumentare la pressione fiscale (che va, invece, falcidiata), che occorre varare al più presto massicce privatizzazioni, per abbattere il debito (e, così, risparmiare soldi per pagare gli interessi sul medesimo), e liberalizzazioni, per accrescere il nostro potenziale di crescita, o quello scenario, magari non tra sei mesi ma tra un anno o due, diverrà davvero probabile e plausibile. D’altra parte, chiunque abbia anche solo un minimo di alfabetizzazione economica, e di buon senso, da anni va ripetendo tali indicazioni. Vere e proprieprediche inutiliper dirla à Luigi Einaudi, visto che restano puntualmente inascoltate. E arriviamo all’altro oggetto del post.

Il governo Alfetta (Alfano-Letta), dopo aver deliberato un incremento dell’Iva gravante sui gadget venduti con giornali e riviste e sugli snack e le bevande dei distributori automatici, ha deciso di cimentarsi in un bis: per coprire finanziariamente la sacrosanta abolizione della tassa sulle imbarcazioni, l’assunzione (più che opinabile) di 3.000 tra professori ordinari e ricercatori universitari (prevista dal “decreto del Fare”), e a quanto pare anche il rinvio della Tobin Tax, ha decretato un nuovo aumento delle accise sulla benzina. Proprio così. Nel paese in cui si pagano ancora quelle introdotte per la guerra in Abissinia (1935), la crisi di Suez (1958), il disastro del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice (1968), quello del Friuli (1976) e quello dell’Irpinia (1980), l’esecutivo in carica ha voluto inasprire ulteriormente – e di 75 milioni l’anno – le accise sui carburanti.

Considerata l’esigua entità del prelievo in oggetto, vien da chiedersi (banalmente): possibile che non si riuscisse a tagliare di 75 milioni la spesa pubblica primaria che ammonta a circa 720 miliardi di euro?

E ancora.

Visto che l’esecutivo in carica, in perfetta continuità con quelli catto-social-comunisti che dal secondo dopoguerra ad oggi si sono avvicendati alla guida del Paese, si muove ancora lungo il sentiero del “tassa e spendi”, e questo inevitabilmente aggraverà ancor di più la condizione economica dell’Italia rendendo più probabile il rischio default paventato da Mediobanca Securities, non sarà forse arrivato il momento di organizzare una bella manifestazione di piazza, a Roma, dinanzi al Palazzo, il prossimo autunno-inverno, per chiedere con forza tagli di spesa, riduzioni d’imposta e privatizzazioni, prima che sia troppo tardi e qualcuno si senta autorizzato a rispondere agli ulteriori inasprimenti fiscali, che da qui in poi verranno deliberati, e alla crescente disoccupazione e moria d’imprese, con manganelli, olio di ricino e minacce di golpe (si legga alla voce: Beppe Grillo)?

È una domanda, quest’ultima, che rivolgo segnatamente agli amici del Tea Party Italia, di Fare per Fermare il Declino e a quelli dell’Istituto Bruno Leoni.

Se si vuole salvare la democrazia, perché questa è a rischio se collassa il sistema economico, è tempo di passare ai fatti e lasciar perdere le dotte analisi e i moniti (che servono a ben poco).

Non vi pare?

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