2,5 milioni di dollari per assassinare il Presidente Maduro

di: Thierry Deronne – Global Research –

maduroLa speranza della destra internazionale e dei media mainstream di vedere la rivoluzione bolivariana scomparire con la morte (sospetta) del Presidente Hugo Chavez, è stata frustrata dal nuovo Presidente Nicolas Maduro che porta avanza con forza le trasformazioni ricorrendo, in particolare, al “Governo di quartiere” in Venezuela (1), all’integrazione politica dell’America Latina e alla cooperazione Sud-Sud. Perciò, riprendo i preparativi per un attentato, di cui i servizi segreti venezuelani hanno sventato un primo tentativo. Prevista per il 24 luglio, l’operazione includeva l’assassinio di Maduro da parte di un cecchino, mentre partecipava a manifestazioni pubbliche per commemorare la nascita di Simon Bolivar, seguita da attacchi simultanei ad obiettivi politici e militari da parte di 400 uomini infiltrati in Venezuela attraverso il confine con la Colombia.
Secondo il ministro Miguel Rodríguez Torres, che ha rivelato i dettagli il 31 luglio alla rete d’informazione Telesur, gli incontri per sviluppare questo progetto si sono svolti a Bogotá, Medellín (Colombia), Miami e Panama. Il membri di questa operazione comprendono terroristi, golpisti, personaggi legati al traffico di droga e paramilitari, tutti vecchi giocatori della sovversione in America Latina come Roberto Frómeta di Miami, leader del gruppo terrorista F4, riconosciuto autore di azioni terroristiche contro Cuba e mentore del terrorista internazionale di origine cubana Luis Posada Carriles. Ex agente della CIA, è l’autore (tra le altre cose) del bombardamento del 6 ottobre 1976, quando morirono 73 passeggeri del volo 455 della Cubana de Aviación, e responsabile della tortura e della scomparsa di militanti sinistra, per conto della polizia politica venezuelana del regime degli anni ’60 e ’70. Nonostante le diverse richieste di estradizione, continua a godere della protezione del governo degli Stati Uniti. Sempre a Miami i 2,5 milioni di dollari volti a coprire l’acquisto di armi e logistica per l’attentato contro Maduro, furono raccolti dalla rete dell’imprenditore di destra venezuelano Eduardo Álvarez Macaya (di origine cubana), alias Eddy, membro del Comando delle organizzazioni rivoluzionarie unite (CORU) e di Omega 7, sospettato di aver organizzato l’assassinio del diplomatico cubano all’ONU Félix García, nel 1980.
Prima del piano di assassinare il presidente bolivariano, la prima fase di questa operazione era creare il caos in Venezuela per giustificare l’intervento. Fu lanciata dal candidato della destra Henrique Capriles Radonski dopo l’annuncio della sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013. Seguendo i suoi ordini di scendere in piazza per scatenare la rabbia, gli squadroni paramilitari s’infiltrarono tra i militanti del suo partito Primero Justicia, assassinando gli attivisti bolivariani José Luis Ponce, Rosiris Reyes, Ender Agreda, Henry Rangel Manuel, Keler Enrique Guevara, Luis García Polanco, Rey David Sánchez, Antonio Acosta Hernández Jonathan e Johnny Pacheco, attaccando o bruciando le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), 25 Centri di Diagnosi Integrale (centri gratuiti di salute popolari), media comunitari, centri per l’approvvigionamento popolare (rete Mercal), una sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi. Tre settimane prima delle elezioni, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez) avevano ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di questo piano di destabilizzazione (2).

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell’aprile 2002.

Questa violenza permeata di razzismo sociale godeva della disponibilità dei media privati che dominano la maggior parte dell’etere in Venezuela, e dei media internazionali che hanno oscurato le vittime. Durante la campagna presidenziale, il quotidiano francese “Le Monde” aveva definito Henrique Capriles “azzimato avvocato socialdemocratico” (sic). Questa prima fase, fallita davanti la resistenza pacifica della popolazione, aveva attratto il commento dell’ex Presidente Lula nell’aprile 2013: “Quando lasciai l’incarico che occupavo c’erano cose che non si potevano dire per diplomazia, ma oggi posso dire che ogni volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni di un altro Paese. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.”(3) Nel giugno 2013, una registrazione telefonica rivelava i contatti con gli Stati Uniti di un altro leader della destra venezuelana, Maria Corina Machado (anch’ella coinvolta nel sanguinoso colpo di Stato contro Chavez nell’aprile del 2002). Insistendo sulla necessità di organizzare un nuovo colpo di Stato preceduto da “scontri non dialoganti” (sic).

Fin dall’inizio, tutta questa operazione faceva affidamento sul sostegno di alcuni agenti della CIA e di due ex-presidenti legati al traffico internazionale di stupefacenti e ai paramilitari: l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe e l’ex presidente honduregno de facto, l’imprenditore Roberto Micheletti, che prese il potere in Honduras dopo il colpo di Stato contro il Presidente Manuel Zelaya. Questi sono gli stessi settori della destra ad organizzare attività di destabilizzazione contro i governi di Bolivia, Ecuador e Venezuela, sempre con l’aiuto dei media privati, che hanno partecipato al colpo di Stato contro Hugo Chavez nell’aprile 2002, al blocco petrolifero nel 2002-2003, al massacro di Plaza Altamira nel dicembre 2012, agli attentati contro le ambasciate di Spagna e Colombia nel 2003, all’omicidio del giudice Danilo Anderson nel 2004, che indagava sugli autori del colpo di Stato, all’infiltrazione nel 2004 di un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nella finca Daktari (periferia di Caracas), mentre preparavano l’assassinio di Hugo Chavez.

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell'operazione: "decapitate Chavez."

Le telefonate dimostrano che la possibilità dell’omicidio di Nicolas Maduro, rinviato a causa delle fughe e delle misure adottate dal servizio segreto venezuelano, resta. Uno degli scenari preferiti dai terroristi sarebbe “il governo di quartiere” approfittando dell’alta esposizione del presidente durante il contatto diretto con la popolazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – http://aurorasito.wordpress.com – SitoAurora

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