Il destino segnato di un popolo bue

di Gianni Fraschetti –

Passata la sbornia del ventennio fascista, nel quale Mussolini ci aveva illusi di essere un popolo, avere una dignità, una grande storia alle spalle e soprattutto un futuro davanti a noi, i partiti tornarono ad occupare il centro dell’ agone politico e ci spiegarono ben benino come eravamo stati ingannati da questo rozzo e villano imbonitore di folle. Essi sapevano bene che il primo ostacolo che andava superato per ridare una fisionomia “malleabile” all’Italia era frantumare la monoliticità del suo popolo. Dopo tanti anni di partito unico e di Duce gli italiani si erano alfine quasi convinti  che i Guelfi e Ghibellini non c’erano più, e caso mai fosse il caso di prendersela con qualcuno era forse piu’ logico farlo fuori dai confini nazionali. Bisognava dunque riportarli a una sana dialettica interna e  cominciare a dividerli. Si organizzarono le squadre, ognuna con i propri colori e si cominciò. Chi scelse i bianchi, chi i rossi, qualcun altro i gialli, alcuni i neri e così via. Non c’era grande convinzione ideologica nelle scelte. E come poteva esserci? La convinzione nasce dalla consapevolezza e quindi dalla cultura e a quell’ epoca, fine anni  ’40, primi anni ’50, fin troppi italiani erano analfabeti. Era quasi una simpatica consuetudine vedere apporre una croce come firma e l’informazione si limitava a qualche giornale che in pochi compravano. Insomma un popolo contadino che non aveva avuto il tempo di completare la sua transizione in qualcosa di più evoluto. Con la sopraggiunta democrazia si sceglieva la squadra di appartenenza in base a dove eri nato, a tradizioni familiari, a cosa aveva fatto l’ amico tuo e a tanti altri piccoli elementi che di ideologico avevano ben poco, magari perchè uno che ti stava molto sulle palle si era schierato dall’altra parte. Fatte le squadre eravamo finalmente pronti a litigare e a sfogarci dopo vent’anni di astinenza passati ad inveire tutti insieme contro il Negus, contro le sanzioni, la perfida Albione e la Società delle Nazioni. Finalmente potevamo tornare a dedicarci a una attività nella quale eravamo maestri almeno dal Medioevo: scannarci tra di noi. Già, perchè è come andare in bicicletta, una volta che hai imparato non lo dimentichi più.

I capi dei partiti gongolavano, perchè tutta questa turbolenza distoglieva l’ attenzione del popolo dal prendersela con loro e così passarono parecchi annetti, durante i quali furono create anche le correnti interne per meglio governare anche le più piccole forme di dissenso. Tutto pareva andare per il meglio, il mondo era diviso in blocchi, e mentre noi ci scornavamo la classe politica prosperava. Il rapporto tra chi sta sopra e chi sta sotto in democrazia non è infatti molto diverso dall epoca feudale, con i signori ( i Leader dei partiti, i capi dell’ industria e della finanza ), i vassalli (la cerchia stretta dei signori ), i valvassori ( i vari Ras regionali ), i valvassini ( i sottopanza di questi ultimi ) e i servi della gleba che saremmo noi, il popolo.

Anche il traferimento di ricchezza funziona come allora, dal basso verso l’alto. Senza ritorno e redistribuzione. In pochi divorano quello che producono tanti. Un gran bell’andare per chi sta sopra, molto meno per chi sta sotto. La filosofia dei signori è infatti quella magistralmente sintetizzata da Ascanio Celestini: cazzi vostri.

Noi guardiamo a questo Olimpo risplendente di luci con una fitta al cuore e magari anche con una punta di invidia. Eh, piacerebbe anche a noi sfrecciare per la città su un convoglio blindato fra un impazzare di sirene e di lampeggianti, possedere una scuderia di amanti dalle cosce nervose e abbronzate e dalle floride tette, passare tra la gente adorante pizzicando qua e là qualche guancia e distribuendo quelche amichevole buffetto. Gente dell’altro mondo, davvero, e magari, se ne abbiamo conosciuto qualcuno prima che fosse baciato dal signore (con la minuscola), abbiamo potuto constatare quanto il solo profumo del potere possa cambiare un essere umano e trasformarlo in un puzzolente pezzo di merda ed è triste osservare che mille leggi scritte non potranno mai costringere le persone ad agire correttamente. Forse hanno ragione nel mondo islamico, dove tagliano direttamente le mani, quando non la testa. Ma anche questi comportamenti sono figli della frantumazione, quando c’era la consapevolezza di essere tutti nella stessa barca era forse più facile pervenire ad un comportamento etico basato su lealtà e giustizia. Le acque erano limpide e gli occhi di tutti non ti perdevano mai di vista,  d’ altronde è noto che nel torbido si pesca meglio e milioni di bovini in perenne lotta gli uni con gli altri sollevano parecchio fango dal fondo.

Adesso, con la fine del mondo a blocchi e il decesso delle ideologie, strillato istericamente ai quattro venti, quasi che più che annunciare fosse necessario convincere, la situazione è ancora più disgustosa. Prima almeno avevamo un pannicello caldo dietro al quale nasconderci  (…l’ ho fatto per il partito!), oggi riesce difficile solo immaginare che qualcuno vada oltre il volgare furto. Di fronte ai soldi cadono tutte le convinzioni e i principi morali e queste sanguisughe ubiquitarie si rivelano per quel che sono, esseri voraci che trangugiano tutto quello che trovano a portata di mano.

L’unico vantaggio che il popolo dovrebbe avere dalla scomparsa delle ideologie e quindi dal crollo delle barriere di appartenenza politica, assai difficili da superare, è che nulla ci dovrebbe più impedire di vedere le cose nella giusta ottica, magari a partire dalla evidenza solare che senza un popolo bue che subisce non ci sarebbero privilegi osceni per chicchessia. Il logico corollario di questa banale osservazione è dunque che  il popolo vuole continuare a subire. Per abitudine? Per congenito masochismo? Per asportazione dei coglioni, come il suo omologo che tira l’aratro? Non è dato sapere, forse è un effetto pecora (alcuni fanno cosi’ e tutti gli altri seguono) che da alla luce un ibrido disgustoso. Un branco di buoi che si comporta come un branco di pecore.

Le cose pertanto adesso son messe così. Un popolo che non è in grado per incapacità/volontà di fare fronte comune, e una classe politica che al di là della apparente rissosità, tutta a beneficio della platea come i lottatori del wrestling, mantiene una inossidabile compatezza a difesa dei propri privilegi medioevali.

Finchè permarra questo equilibrio non avremo possibilità alcuna di salvarci. Speriamo quindi in un evento esterno o in un soprassalto di consapevolezza che ci aprano gli occhi e ci risveglino dal letargo nel quale versiamo, fino a quel momento avremo due sole alternative, imprecare o suicidarci, cosa che in parecchi hanno peraltro iniziato a fare.