Quello zampino americano dietro il disastro dei partiti.

Nello scontro tra “vecchio” e “nuovo”, il M5S potrebbe godere di sponde oltreoceano. Il leghista Candiani: “I grillini? Sono un’interessante alternativa per gli Stati Uniti”.

L'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante le celebrazioni per la Festa della Donna al Quirinale,  Roma, 08 marzo 2016.  ANSA / ETTORE FERRARI

L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante le celebrazioni per la Festa della Donna al Quirinale, Roma, 08 marzo 2016.

Nell’anticamera dell’aula di Palazzo Madama un Pier Ferdinando Casini sempre più distaccato da una politica che gli piace sempre meno, parla del presente con la nostalgia del passato. «Ma ancora non lo avete capito?» domanda ridacchiando, «a Roma finirà con un ballottaggio tra la grillina e la Meloni.

E Renzi? Avrà i suoi guai, e non pochi, alle amministrative. L’ho detto a La Russa e a Gasparri, visto le cose come stanno andando, dovremmo ripresentarci con il vecchio Berlusconi con me a sinistra (…)(…) e magari pure Fini a destra. E dovremmo ritirare fuori pure Bossi».

Polvere di stelle. Tra il serio e il faceto questa nostalgia per il passato, nasconde la disaffezione per un presente in cui si sono persi i riferimenti di un tempo e non se ne sono trovati di nuovi. È un sentimento generale se addirittura un personaggio come Michele Santoro rimpiange la Rai di Berlusconi a cospetto di quella di Renzi, o, addirittura, Antonio Di Pietro si chiede se valesse davvero la pena buttare giù la prima Repubblica.

Appunto, non ci sono più riferimenti: i partiti, gli schieramenti stessi, stanno esplodendo, come pure le istituzioni. E nell’eterna guerra tra il vecchio, che magari ha stancato, e il nuovo, che forse ha già deluso, succede di tutto. C’è chi si vuole affermare e chi vuole restare. Chi proprio non vuole mollare è l’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Se Papa Ratzinger se ne sta tranquillo a Castelgandolfo, il presidente emerito continua a tessere con lena la sua tela, nell’intento di restare un punto di riferimento per le capitali straniere in Italia e per gli scontenti a Roma. Se il presidente della Commissione Ue, Juncker, viene in Italia dopo avere litigato con Renzi, deve passare da lui. Se il segretario generale della Farnesina, Valensise, lascia polemicamente l’incarico, sempre in polemica con il premier, non può esimersi dal fargli visita (andrà oggi da lui). Napolitano ha sempre una parola di incoraggiamento per chi si lamenta di Renzi. E una critica neppure tanto velata per Renzi. Su tutto. «Valensise va via – confida l’ex ministro della Difesa, Mario Mauro – dopo essere stato per mesi il bersaglio di Palazzo Chigi. Motivo? La disputa su chi deve gestire il settore delle grandi aziende internazionali che vogliono investire in Italia. Sarebbe compito della Farnesina, ma il sottosegretario Lotti vuole avere voce in capitolo. Ed è successo di tutto. L’ultima provocazione che ha convinto Valensise a mollare, è stata la scelta del nuovo ambasciatore a Bruxelles al di fuori delle feluche». Inutile aggiungere che le simpatie del presidente emerito vadano più a Valensise che a Palazzo Chigi. Del resto Napolitano ha più di una riserva sulla politica estera del governo. Ad esempio, non capisce perché Renzi abbia prima promesso a Washington di partecipare all’intervento in Libia per reclamare la guida della coalizione. E, poi, abbia assunto una posizione, a suo parere, equivoca sull’argomento, magari con la benedizione dell’attuale inquilino del Quirinale, suscitando disappunto Oltreoceano.

Se il Paese si prepara alla guerra in questa confusione tra «vecchio» e «nuovo», immaginatevi che cosa possano fare i partiti per le amministrative: di peggio. Qui la guerra è fratricida. A sinistra come a destra. È tutto un gioco a perdere.

Il Pd è dilaniato. Le primarie dalle mille ombre hanno peggiorato la situazione. «A questo punto – propone il governatore della Puglia, Emiliano – le facciamo alla luce del sole: uno entra nel gazebo e davanti a una telecamera dice il nome del candidato che vuole». Se le primarie sono la prima vittima di questa lotta senza quartiere, Renzi rischia di essere la seconda. Il premier, con largo anticipo, già grida al tradimento: «Qui l’obiettivo di tutti è farmi fuori». E l’aria, diciamoci la verità, è quella: in ogni città c’è un candidato della sinistra più pura che, con la benedizione della minoranza del Pd, diventa lo strumento per boicottare il candidato renziano. Lo storico braccio destro di Bersani, Migliavacca, li elenca: «A Roma addirittura c’è da scegliere: potrebbe scendere in campo Bray, o Fassina che ci tiene molto, o, ancora, se si mette d’accordo con se stesso, Marino; a Napoli non credo Bassolino ma non lo escludo, sicuramente l’appoggio di De Luca alla Valente sarà tiepido». «… A Milano – conclude il teorico di Bersani, Gotor – mi sa tanto che scenderà in campo l’ex magistrato Gherardo Colombo (nonostante l’ufficiosa rinuncia alla candidatura di ieri, ndr). Povero Sala. Insomma, dalle amministrative verrà fuori un’esatta mappa del consenso in vista della madre di tutte le battaglie, il referendum d’autunno».

Se il centrosinistra piange, il centrodestra non ride. L’unica isola felice è Milano, dove la candidatura Parisi sta prendendo giri. A Roma, invece, i giochi non sono ancora chiari. Alla vigilia delle primarie «confermative» su Bertolaso, Salvini continua a silurarlo, lo vede bene solo come «city manager»: quando la situazione è fuori controllo, il lessico aiuta. Il leader leghista, invece, per il ruolo di sindaco sta tentando di rimettere in pista la Meloni, la quale dopo avere detto «no» per due mesi, comincia a dire «ni». E il Cav? Dopo avere pregato Bertolaso di candidarsi per fare uscire dall’impasse il centrodestra, ora non può chiedergli di ritirarsi. «Magari la notte che divide il primo giorno delle confermative dal secondo – azzarda il braccio destro della Meloni, Rampelli – porterà consiglio». C’è, però, chi non crede alla saggezza delle urne. «Per me – confida Calderoli – la candidatura di Bertolaso è già saltata». Già, sembra la corsa verso il burrone nel film Gioventù bruciata: chi sbaglia il tempo o non sa guidare, rischia di farsi male. E in questo scontro tra «vecchio» e «nuovo», in cui è difficile scegliere tra le incognite del presente e i limiti del passato, è il terzo incomodo che potrebbe avere la meglio. «L’aria di governo sta facendo diventare i grillini accomodanti – osserva una delle bestie nere di Renzi nell’aula di Palazzo Madama, il leghista Stefano Candiani, confermando l’interesse del carroccio verso il M5S -. Per il pragmatismo di qualcuno possono diventare interessanti: in fondo se passano l’esame di affidabilità, possono diventare un’alternativa all’attuale che lo è sempre meno. Di chi parlo? Di quelli che danno le sempre le carte: Usa Usa Usa».

 

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