ITALIA: CONTAMINAZIONE RADIOATTIVA DI MILITARI E CIVILI

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(foto Gilan)

di Gianni Lannes

Per la NATO che comanda in Italia dal 1950, per lo Stato italiano e per i tanti Governi fantoccio eterodiretti dall’alleato-padrone USA, sono carne da macello o tutt’al più cavie, alla stregua della popolazione docile, ubbidiente e mansueta. La Commissione difesa della Camera dei Deputati, nel corso della seduta dell’11 aprile 2012, ha unanimemente approvato la risoluzione 8-00171 sulle problematiche connesse ai gravi danni alla salute subiti dal personale militare in Italia e all’estero conseguenti all’esposizione all’uranio impoverito. Il Governo Monti, tuttavia, non ha assunto alcuna iniziativa ed il presidente della Repubblica uscente, Giorgio Napolitano non ha fiatato. Le questioni aperte attengono a profili diversi, dalla sicurezza e protezione del personale esposto all’uranio impoverito, al tema dei risarcimenti, troppo spesso negati ai militari che hanno contratto gravi patologie in conseguenza dell’esposizione all’uranio impoverito, ai profili scientifici e normativi della questione.

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Al termine dell’anno 2012, secondo quanto riferito dall’Anavafaf, l’Associazione nazionale italiana assistenza vittime arruolate nelle forze armate, i casi accertati di militari contaminati da uranio impoverito e altri agenti patogeni sono 3.761 di cui 698 riguardanti personale militare che ha preso parte alle missioni militari all’estero e 3.063 riguardanti personale militare che non ha mai effettuato attività fuori area. Si tratta di dati parziali (ampiamente sottostimati) perché riferiti ad un periodo di tempo limitato, dal 1991 al 2012, e riguardanti solamente il personale militare in servizio, mentre è escluso tutto il personale militare in congedo che ha lasciato il servizio ed il personale civile.

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Tribunale di Firenze
 – Il fenomeno dell’uranio impoverito non è limitato all’Italia che si è occupata del fenomeno solo dopo il primo caso verificatosi in Bosnia (il caso del militare Salvatore Vacca, nel 1999), più di mezzo secolo dopo che della problematica si sono occupati ampiamente gli Stati Uniti e altri Paesi, soprattutto anglosassoni; alcuni militari italiani impegnati nella missione Ibis in Somalia hanno fatto presente di aver visto militari Usa che adottavano tute e maschere ed altri ancora hanno riferito in merito alla presenza di carri armati Abrams dotati di armamento e armature all’uranio impoverito. Tale circostanza è riscontrabile anche nella sentenza del tribunale civile di Firenze del 17 del gennaio 2009 dove si legge:

«al di là delle raccomandazioni che erano e dovevano essere note al Ministero della difesa, il fatto che ai militari americani fosse imposta l’adozione di particolari protezioni, anche in mancanza di ulteriori conoscenze, doveva allertare le autorità italiane. Deve concludersi che, nel caso in discorso, vi sia stato un atteggiamento non commendevole e non ispirato ai princìpi di cautela e di responsabilità da parte del Ministero della difesa, consistito nell’aver ignorato le informazioni in suo possesso, già da lungo tempo, circa la presenza di uranio impoverito nelle aree interessate dalla missione e i pericoli per la salute dei soldati collegati all’utilizzo di tale metallo, nel non aver impiegato tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei propri militari e nell’aver ignorato le cautele adottate da altri paesi impegnati nella stessa missione, nonostante l’adozione di tali misure di prevenzione fosse stata più volte segnalata dai militari italiani».

Ombre di Intelligence – Su tali fatti sarebbe utile conoscere le informazioni in possesso dei servizi segreti (Sismi) e dei comandanti delle diverse missioni, con particolare riferimento alla missione Ibis in Somalia, anche perché tali informazioni non risultano acquisite neppure dalle Commissioni d’inchiesta che nel corso degli anni sono state costituite su questo tema, sebbene tali organismi, possono procedere alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e gli stessi limiti dell’autorità giudiziaria ed acquisire copia di atti e documenti relativi a procedimenti o inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organismi inquirenti (articolo 4 della delibera istitutiva della Commissione monocamerale d’inchiesta sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale militare italiano impiegato nelle missioni internazionali di pace, sulle condizioni della conservazione e sull’eventuale utilizzo dell’uranio impoverito nelle esercitazioni militari sul territorio nazionale, sui fatti e su chi può testimoniare in merito).

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Lo Stato italiano è intervenuto tardi ed in maniera inefficiente. Le prime norme di protezione giunte ai reparti tricolore furono quelle emanate dalla Kfor (la Forza multilaterale nei Balcani) il 22 novembre 1999 in Bosnia. Queste norme precisavano chiaramente i pericoli dell’uranio impoverito che così vennero riassunti nelle cosiddette «regole d’oro» che recitavano: «rimani lontano da carri/mezzi bruciati e da edifici colpiti da missili da crociera. Se lavori entro 500 metri di raggio da un veicolo o costruzione distrutti indossa protezioni per le vie respiratorie».

In tema di risarcimenti da riconoscere al personale militare – utilizzato per le finte missioni di guerra – colpito da gravi patologie conseguenti all’esposizione ad uranio impoverito, l’Anavafaf ha posto in evidenza come in molti casi gli organi della Difesa hanno negato qualsiasi forma di risarcimento in quanto le patologie non sono risultate dipendenti da causa di servizio, sebbene commissioni di verifica abbiano espresso valutazioni contrastanti.
E’ strano che in sede di travaso delle disposizioni della legge numero 308 del 1981 nel codice dell’ordinamento militare di cui al decreto legislativo numero 66 del 2010, non si sia provveduto ad includere il personale militare in servizio permanente tra i beneficiari della speciale indennità di cui all’articolo 6 della richiamata legge 308/1981.

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Nel 2000, dopo i massicci bombardamenti in Kosovo e Serbia (il primo ministro era Massimo D’Alema) (prim’ancora in Bosnia-Erzegovina), è stata istituita la pilotata commissione «Mandelli» con il compito di condurre un’analisi osservazionale retrospettiva di tipo caso-controllo sui reduci del teatro operativo balcanico. Lo stesso Mandelli, in un articolo pubblicato a firma congiunta con il professor Mele sulla rivista «Epidemiologia» dell’ottobre 2001, ha scritto che non si può escludere che l’uranio impoverito sia stato la causa dei linfomi di Hodgkin e il professor Grandolfo della Commissione stessa in un’intervista resa ad un quotidiano ha affermato che non si può escludere che l’uranio sia letale; sempre a livello scientifico è stato, inoltre, evidenziato come i vaccini somministrati ai soldati italiani non possono essere considerati l’unica causa delle malattie e che le nanoparticelle di metalli pesanti, sebbene nocive per la salute, non sarebbero letali.

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proiettili uranio impoverito (foto Gilan)

Ulteriori informazioni sui possibili danni provocati dall’uranio impoverito sono contenuti in uno studio di due scienziati americani, di fama internazionale, Marion Fulk e Leuren Moret, i quali precisano che il rischio dell’uranio impoverito riguarda tre diverse componenti così tipizzate: a) agente chimico; b) agente radiologico; c) agente di particolato (cioè di particelle). A parte le scoperte della ricercatrice italiana Antonietta Gatti, a cui Beppe Grillo ha sottratto inspiegabilmente un miscocopio acquistato con una raccolta fondi di natura pubblica.

Sperimentazioni belliche – La problematica non riguarda solamente il personale impegnato nelle missioni militari, ma anche il personale in destinazione fissa ed il personale che presta servizio nei poligoni militari o risiede nelle vicinanze di quei siti. Infatti, nei poligoni si svolgono, infatti, diverse attività, legate all’addestramento delle truppe, alle esercitazioni, alla sperimentazione degli armamenti e alla ricerca. In particolare, il poligono del Salto di Quirra ospita regolarmente sia la sperimentazione di armamenti, sia le attività dimostrative da parte delle aziende produttrici. E’ ormai noto, ad esempio, il problema dell’inquinamento legato alle attività militari svolte nel poligono di Quirra dove sembra che i contaminanti potrebbe/o essersi annidati nel vasto sistema di grotte sottostanti l’area militare. Sebbene tale problematica sia stata sollevata da diverso tempo, non risulta approntato alcun piano investigativo per vagliare l’ipotesi. Il semplice prelevamento di campioni di acque dalle sorgenti potrebbe fornire valori falsamente confortanti se non si procederà all’analisi dei sedimenti depositatisi all’interno delle grotte. Il sistema di cavità di Is Angurtidorgius consta di oltre 11 chilometri di gallerie solcate da un fiume e con numerosi laghi che costituiscono una riserva idrica di notevole valore. I calcari si comportano come una sorta di gigantesca spugna che assorbe, senza filtrarla, qualunque sostanza rilasciata in superficie e se non si procederà alla ricerca degli inquinanti nei depositi sedimentari delle grotte si corre il rischio che le persone continuino ad ammalarsi per cause «misteriose».

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Peraltro, i tempi di transito degli inquinanti all’interno del sistema di cavità non possono essere determinati con certezza in virtù delle numerose variabili che ne governano il passaggio. Anche nella frazione di Quirra esiste un sistema di cavità, indipendente da quello dell’altopiano, in cui potrebbe essersi riversata una frazione delle sostanze dannose provenienti dal poligono. Se ciò risultasse vero i tempi di permanenza degli inquinanti nel sottosuolo potrebbero dilatarsi a dismisura. Come risulta dal «Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari o militari» nel Salto di Quirra è riscontrabile una percentuale di mielomi e leucemie superiore alle attese statistiche e, nell’insieme, un quadro di maggiore esposizione relativa ad alcune particolari patologie riconducibili a fattori ambientali. Il rapporto mettendo insieme competenze mediche e statistiche di diversi centri italiani, presenta una valutazione epidemiologica sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da attività industriali, minerarie o militari. I risultati mostrano una indubbia maggiore incidenza di certe patologie nelle aree interessate da attività militari.

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Sardegna: residuato bellico
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NATO/MONTI

Infine, c’è stata una svolta nell’inchiesta sul poligono di Quirra con il ritrovamento nei corpi dei pastori riesumati di torio radioattivo. Secondo la Procura della Repubblica di Lanusei nel poligono vi sarebbe una compromissione ambientale a causa delle presenza, come indicato in uno dei provvedimenti di sequestro delle aree, di torio 232, elemento altamente radioattivo, che può provocare gravi danni alla salute degli uomini e degli animali anche dopo molti anni. L’area interessata è di circa 75 mila metri quadri. Gli esami fatti eseguire nel corso delle indagini dalla procura avrebbero evidenziato anche alte concentrazioni di antimonio, piombo e cadmio, metalli tossici molto pericolosi per la salute umana e animale. Anche il poligono di Teulada insiste in parte su una zona carsica e da più parti si osserva che le attività dei poligoni in zone carsiche possono produrre effetti deleteri per la salute a parecchi chilometri di distanza, in aree apparentemente protette. Sotto questa luce le vittime delle attività dei poligoni purtroppo sono destinate ad aumentare. Analoghe problematiche riguardano il poligono di Capo Frasca utilizzato per esercitazioni militari, sia italiane che straniere. Alcune ricerche dimostrano che nelle comunità limitrofe all’area del poligono sarebbero in crescita i tumori e linfomi della tiroide. A Capo Frasca risulta esserci un pozzo artesiano e pare che anche i militari segnalino da anni tale problematica. Quest’ultima questione ha suscitato una polemica emersa anche nella stampa locale. Sul quotidiano l’Unione Sarda del 18 dicembre 2011 si legge che «il Comandante ha negato la presenza dei tre pozzi artesiani denunciati da anni dai militari in servizio a Capo Frasca…».

Sempre con riferimento a Capo Frasca è emerso il caso di Giovanni Madeddu, maresciallo, che tra il 1968 al 1987 ha lavorato presso quel poligono con l’incarico di armiere nelle guerre simulate che in quegli anni venivano ospitate nel poligono. Madeddu ha un linfoma diffuso a grandi cellule. Altre persone che hanno operato nell’area di Quirra sono state colpite da un simile tumore. Il maresciallo Madeddu il quale ha dichiarato pubblicamente che a Capo Frasca non è sia stata mai effettuata una vera bonifica del territorio sebbene in quel luogo sono stati lasciati per venti-trent’anni i residui delle esercitazioni delle Forze armate di tutto il mondo. Ricorda soprattutto una radura, dove si accumulavano i proiettili. Quando pioveva si creavano dei pantani e l’acqua poi filtrava nel terreno. La stessa acqua che poi – attraverso un sistema di pozzi artesiani – veniva utilizzata per ogni uso nel poligono o nei vicini poderi. E in diversi casi l’Asl ha rilevato anomalie e impedito che venisse utilizzata per scopi alimentari. Nel poligono di Capo Frasca, inoltre, capi di bestiame si sono venuti a trovare nella zona dei mitragliamenti e sono stati colpiti dai proiettili realizzati con metalli pesanti e quindi dalle nanoparticelle degli stessi. Il bestiame colpito è stato poi macellato e cucinato. Al riguardo, andrebbe verificato se l’attività di macelleria era stata autorizzata o meno e se le ASL abbiano effettuato i dovuti controlli. Anche il comune di Arbus ha chiesto all’assessorato regionale della sanità un nuovo impegno per accelerare al massimo l’avvio delle indagini epidemiologiche sui residenti in aree militari della Sardegna. Risulta, inoltre, che nei poligoni è stato impiegato personale non specializzato nei compiti di «sgombra-bossoli» che ha operato a mani nude e senza maschere. Analoghe problematiche di grave inquinamento ambientale e contaminazione dei militari si sono verificate in Puglia, nel poligono di Torre Venneri, su cui indaga la Procura della Repubblica di Lecce, dopo la presentazione di alcune denunce.

                         Quesiti senza risposta   

Qual è il motivo per il quale, come accertato dal tribunale civile di Firenze nella sentenza del gennaio del 2009, il Governo italiano in particolare il ministro della Difesa ed il relativo Stato Maggiore  non hanno adottato le necessarie misure per tutelare la salute dei militari italiani impegnati nella missione Ibis in Somalia e sono state ignorate le cautele adottate da altri Paesi impegnati nella stessa missione, nonostante l’adozione di tali misure di prevenzione fosse stata più volte segnalata dai militari italiani?

Perché non sono mai state adottate misure di protezione adeguate nei poligoni ed il Governo italiano non ha mai dichiarate quali siano state le precauzioni messe in atto per tutelare i militari ed i civili dai rischi per la salute e per l’ambiente?

Quanti sono effettivamente i casi di persone ammalatesi nelle missioni all’estero riguardanti non solo militari in servizio, ma anche militari in congedo e persone civili facenti capo a varie istituzioni come la Presidenza del Consiglio, le organizzazioni di volontariato Onlus, i Ministeri degli affari esteri, dell’interno, della difesa, dell’economia e delle finanze, della giustizia, delle politiche agricole, alimentari e forestali ed anche quanti sono i casi di militari e civili impiegati in Italia, nei poligoni, depositi, officine, a partire dal 1970, tenendo conto che il primo caso sospetto nei poligoni, di cui si è avuta notizia, è del 1997 (il caso Lorenzo Michelini)?


In quali poligoni in Italia sono stati usati missili Milan e in che numero, tenuto conto dell’inchiesta recente del poligono di Quirra dalla quale è emersa la presenza di tracce di torio nei cadaveri dei pastori da attribuire probabilmente a questi missili il cui impiego è stato accertato nel poligono di Teulada?


Perché non sono state ancora adottate tutte le necessarie disposizioni in ambito militare per individuare la presenza di torio (radioattivo) nei territori in cui sono stati impiegati i missili Milan e a disporre, di conseguenza, misure di bonifica e ad evitare ulteriori rischi da contaminazione dell’ignara popolazione civile nei poligoni italiani, disseminati su tutto il territorio nazionale? Perché non sono mai state rese note le caratteristiche delle apparecchiature usate per il controllo della sicurezza dell’ambiente e, in particolare, le capacità di queste apparecchiature di rivelare l’esistenza di particelle (nano o micro particelle) di metalli pesanti (di cui sono fatti i proiettili impiegati nei test e nelle esercitazioni)?


Poiché la nube di polvere che si genera nel brillamento e che si rideposita sul terreno può avere effetti inquinanti, perché non è stata mai stata presa in considerazione la possibilità di abolire le operazioni di brillamento periodicamente effettuate nei poligoni?


Perché non si vieta alle multinazionali straniere (comprese le aziende israeliane) degli armamenti di operare nei poligoni italiani, proibendo agli enti di avvalersi di autocertificazione, in quanto impediscono i controlli sul loro operato?


Perché non si rendono di dominio pubblico i documenti relativi alle sperimentazioni che sono state eseguite almeno negli ultimi 30 anni e non si annulla il segreto militare di Stato sui medesimi?


Infine, perché non è stata avviata ogni possibile verifica atta ad escludere categoricamente con prove inequivocabili di carattere scientifico, la possibilità che molti dei soldati italiani siano deceduti per mancanza di cure adatte alla loro contaminazione radioattiva interna non riconosciuta, così come accaduto per il soldato Acaries?

Perché lo Stato italiano non ha mai avviato quanto meno un monitoraggio – predisponendo studi e ricerche – sul grado di contaminazione provocato da esercitazioni e sperimenatzioni belliche nei numerosi poligoni militari presenti nella Penisola, isole comprese? 

Numero di poligoni sulla terraferma della Penisola italiana: Valle d’Aosta (5), Piemonte (27), Liguria (2), Lombardia (8), Veneto (20), Trentino Alto Adige (23), Friuli Venezia Giulia (53), Emilia Romagna (13), Marche (6), Umbria (3), Toscana (16), Lazio (14), Abruzzo (12), Campania (8), Basilicata (3), Puglia (11), Calabria (7), Sicilia (26), Sardegna (9).

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