BUSINESS E LOBBYING SONO ARMI DELLA NATO

100415a-HQ28-007 NATO Headquarters Brussels.

Ogni volta che rimane ucciso qualche componente dei Navy Seals, si viene immancabilmente a sapere che avrebbe fatto parte del commando spedito ad eliminare Bin Laden. Così è nata anche la leggenda giornalistica della maledizione di Bin Laden; ma l’importante è ribadire il solito messaggio-fiaba, cioè che sarebbe esistito un super-terrorista chiamato Bin Laden, e che gli USA in qualche modo lo avrebbero eliminato. Non fa nulla che non esistano riscontri, poiché basta occupare la memoria con l’invadenza del sentito dire.
Due ex Navy Seals sarebbero morti anche nell’attacco contro il consolato di Bengasi in cui rimase ucciso l’ambasciatore USA in Libia. Su quell’attacco ancora non si sa nulla di preciso, e non esiste neppure uno straccio di versione ufficiale a cui fare riferimento. Per mantenere il segreto è quindi utile parlare di Navy Seals, poichè ciò costituisce un espediente subliminale per depistare le coscienze ed indurle ad inseguire il fantasma di Bin Laden, invece di domandare cosa stia davvero succedendo in Libia.
Ci sono poi cose militari che non sono affatto segrete, eppure, misteriosamente, non pervengono mai all’opinione pubblica. Una di queste è la funzione mega-affaristica della NATO, che si incarica addirittura di promuovere ed organizzare il modello di “sviluppo” (?) di intere aree del mondo.
Ad esempio, durante l’Energy and Economic Summit del novembre del 2012, al centro degli interessi del Consiglio Atlantico è stata l’area del Mar Nero con le sue prospettive di sviluppo commerciale. Curiosamente nella stessa pagina del sito del Consiglio Atlantico nel quale ci si intrattiene su questi temi apparentemente pacifici, c’è anche una comunicazione sul come passare dal livello tattico a quello strategico nell’attuale aggressione della NATO contro l’Iran. L’Iran non ha sbocco sul Mar Nero, ma c’è parecchio vicino, perciò l’affinità dei due argomenti trattati sulla pagina del sito del Consiglio Atlantico risulta abbastanza evidente.
Per l’opinione pubblica, la NATO costituisce essenzialmente un’alleanza militare, ed i suoi risvolti affaristici riguarderebbero esclusivamente la vendita di armi. In realtà la NATO agisce come un’agenzia di business e di lobbying per multinazionali di ogni genere, a cui ci si iscrive diventando sponsor del Consiglio Atlantico. Sul sito del Consiglio Atlantico si trovano pagine dedicate all’autopresentazione dei vari sponsor, come, ad esempio, la Corporate Commercial Bank AD, una banca bulgara.
Nell’articolo 2 del Trattato Nord Atlantico del 1949, a proposito delle relazioni tra gli Stati contraenti, si afferma che: “Essi cercheranno di eliminare i conflitti nelle rispettive politiche economiche internazionali ed incoraggeranno le reciproche relazioni economiche.” Ciò vuol dire che la NATO si riserva di scavalcare e soppiantare i governi nazionali nelle loro prerogative fondamentali, come la politica economica, che va resa omogenea agli obiettivi dell’alleanza. Si comprende quindi che anche l’Unione Europea non è altro che un’emanazione della NATO. Ciò ha comportato, ovviamente, la selezione di un personale politico sempre più pavido, servile ed inetto. Nulla di strano, a questo punto, che persino una decisione scontata, come il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, diventi un problema insormontabile.
Affari, commercio, finanza, energia sono quindi armi fondamentali della strategia di aggressione globale della NATO. Trarre da questa constatazione la solita banalità secondo la quale la guerra avrebbe cause “economiche”, diventerebbe un modo di giustificare la guerra con un concetto nobile e troppo onnicomprensivo come l’economia. Il problema va in effetti circoscritto ad osservazioni più concrete, e cioè che l’intreccio tra militarismo e affari è inestricabile, e che non soltanto le armi sono affari, ma anche tutti gli affari non legati direttamente al business bellico, diventano comunque armi. Tra gli sponsor del Consiglio Atlantico figurano ovviamente tutte le principali multinazionali, con grandi banche come JP Morgan, Deutsche Bank e Barclays ai posti d’onore. Il lobbying di queste multinazionali del credito trova quindi una base potente nella stessa NATO. Sarebbe un’informazione utile per tutti coloro che si lamentano delle tasse, dei tagli e degli abusi delle banche, poiché potrebbe costituire una remora a scattare sull’attenti ogni qual volta si evoca la minaccia di qualche dittatore.
Nel lessico colonialistico la parola “dittatore” svolge oggi un ruolo fondamentale, poiché esenta dal fornire qualsiasi prova delle proprie affermazioni. Basta attribuire al “dittatore” dei propositi aggressivi per ottenere l’alibi per attuare contro il suo Paese un’aggressione a tutti gli effetti. I bombardieri B-2 statunitensi infatti hanno operato pochi giorni fa un sorvolo della Corea del Nord in risposta alle presunte “minacce” del dittatore Kim Jong Un.
Le minacce del dittatore non le abbiamo potute sentire, in compenso ce le hanno riferite proprio quelli che gli mandano contro i minacciosi bombardieri B-2. Più che la minaccia nucleare del dittatore, ad irritare gli USA pare che sia l’attivismo degli affaristi cinesi nella Corea del Nord, ricca di materie prime e di manodopera, e che sta diventando un paradiso del business asiatico, però con l’ esclusione delle multinazionali statunitensi e canadesi.

 

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