Fidel Mbanga-Bauna: “Da sempre, orgogliosamente Italiano e di destra”…

Italiano e di destra, orgogliosamente. Parla Fidel Mbanga-Bauna, il giornalista Rai capolista con la civica di Storace alle prossime elezioni regionali del Lazio: “Vorrei essere giudicato solo dai fatti”. L’arrivo in Italia, gli amici romani, la fede laziale, l’approdo alla radio e poi in tv, fino alle polemiche attuali: “Ma sono come il tetto di una casa di montagna: lascio scivolare tutto”. Primo conduttore di colore di un telegiornale pubblico, Fidel Mbanga-Bauna, capolista della civica per Storace alla Regione Lazio, è senza dubbio l’uomo del momento, suo malgrado per alcune sterili polemiche (vedi l’editoriale del direttore Francesco Storace in prima pagina). Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata, anche per conoscerlo meglio, con un’avvertenza per il Lettore: il ‘tu’ non è assurdamente confidenziale, ma tra giornalisti usa così… Fidel, come sei finito in Italia? “Sono nato nell’ex Congo belga, nel 1948. Dopo gli studi in Legge e Scienze politiche, ero avviato verso un lavoro nel mondo assicurativo in Grecia, grazie ad alcuni amici di mio padre, presidente di Tribunale. Intanto viaggiavo, ma non ero mai stato in Italia. Così decisi di fermarmi per curiosità a Roma. Tra l’altro, avevo studiato dai gesuiti, e desideravo tanto vedere quello che chiamavamo ‘il Papa di Roma’. Ecco, veniva prima il Papa e poi Roma, ma io avevo un grande desiderio di conoscere anche la città e il suo Paese. Così mi fermai presso uno studentato dei gesuiti, in via col Di Lana…”. Un primo segno del destino, visto che lì c’è anche una sede della Rai. Ma ci arriveremo dopo. Che città trovasti? “Stavo in quello studentato, Vanni era in un angoletto e spesso vedevo arrivare Vespa, Costanzo, Renato Zero. Strinsi subito amicizia con alcune persone, ancora oggi i miei migliori amici. Uno, ad esempio, è poi diventato un grande professionista e oggi è il mio dentista, Suan, di origini vietnamite”. Roma ti accoglie a braccia aperte, però tu diventi… della Lazio. Come mai? “Ahah! Prima di allora sapevo poco del calcio italiano, vedevo qualcosa su Antenne 2 ma non c’erano i mezzo di comunicazione di oggi, per cui non conoscevo tutte le squadre. Lì al bar veniva spesso Umberto Lenzini, il presidente della Lazio di allora, la cui sede si trovava proprio nella stessa palazzina che allora ospitava anche Vanni, e c’erano sempre delle persone che lo mandavano a quel paese, che ne parlavano male. Ma come? Mi chiedevo, ha vinto lo scudetto e ne parlano male? Allora bisogna stare vicini a questa squadra!, mi dissi, per la mia indole che è sempre stata contro le ingiustizie. E la fede nella Lazio non l’ho mai abbandonata, neanche negli anni della serie B”. La tua esperienza romana ti porterà, sempre in quegli anni, anche vicino alla destra. Come avviene il tuo avvicinamento a quegli ambienti? “Guarda, essere tifoso della Lazio veniva visto automaticamente come essere di destra. Ma non c’era solo questo: andavo spesso in Francia e di certa cultura operaista – che di per sé è una bella cosa, ci mancherebbe altro – avevo le scatole piene, non ne potevo più di gente che continuava ad abbeverarsi a quei pozzi avvelenati. E poi contava molto la formazione nel mio Paese d’origine, così ancorata a grandi valori, a quelli tipici della patria, della famiglia, di Dio. E da lì non mi sono più spostato. Tra l’altro in quegli ambienti di destra conobbi anche la donna che poi è diventata mia moglie”. Ma come accolsero gli ambienti di destra un giovane di colore? “Mi hanno sempre voluto bene. Io mi avvicinai a loro cercando di decodificare i loro con i miei obiettivi, i miei valori. L’avvicinamento fu anche culturale e quella destra non aveva nulla di razzistico. C’era piuttosto un momento di espiazione e di riposizionamento. Nell’Italia di allora fortemente dominata dalla Democrazia Cristiana, la destra cercava spazio, lo spazio di una forza cattolica non clericale. Tra l’altro, dopo aver lasciato lo studentato dei Gesuiti, andai a vivere nella zona di Talenti, un quartiere soprattutto di gente di destra, e anche lì mi sono sempre trovato bene. Tutto questo mentre in tanti mi dicevano, anche nel mio Paese d’origine, che sarebbe stato meglio per me avvicinarmi a certi ambienti della sinistra, che lì avrei avuto più possibilità di lavoro, di carriera”. E alla Rai, come arrivi? “Iniziai a fare dei lavori per il ministero di Andreotti, in ambito culturale. Conobbi sia lui che Franco Evangelisti e si accorsero che mi piaceva ascrivere, che lo facevo bene. Così iniziai a collaborare con il Popolo e La Discussione. Poi degli amici mi dissero di provare con la Rai, visto che conoscevo anche varie lingue. Riuscii a prendere delle collaborazioni con la radio, con le trasmissioni da via del Babuino, nel 1986. E pian piano quei contratti si trasformarono in un contratto a tempo indeterminato. Poi passai all’informazione per l’estero, in quella che poi sarebbe diventata Rai International, diretta dal mio amico fraterno Massimo Magliaro”. E l’informazione regionale? “Un giorno mi chiama Vigorelli e mi fa: ‘Dove sei?’. Ero a casa, in panciolle. ‘Vestiti, prendi un taxi e raggiungimi’, mi fa. E mi propone il Tg regionale. Da allora la mia vita è finita!”. Ma come, il primo conduttore di colore di un telegiornale della Rai, una svolta professionale e parli di vita finita? “la mia vita finisce appena esce la prima agenzia che dà la notizia. Prima di allora, anche se conducevo lo stesso dei programmi in tv, anche per milioni di italiani all’estero, nessuno si era nemmeno accorto che non fossi italiano”. E da lì sono iniziati anche altri problemi legati proprio al colore della pelle, giusto? “Guarda, sono in Italia da 40 anni, mi sento italiano,sono italiano, di questo Paese so tutto. Ma non mi permetterei mai di mettermi in cattedra a parlare, che so, di un autore italiano che pure ho letto tutto da cima a fondo. E invece vedo alcune persone, anche colleghi della Rai, che vanno una o due settimane in un resort africano, serviti e riveriti, tutto spesato, che non si muovono mai di lì e, una volta tornati, pretendono anche di essere grandi esperti dell’Africa”. Ora che ti sei candidato alla Regione Lazio, queste polemiche ritornano. Qual è il tuo stato d’animo attuale? “Come il tetto di una casa di montagna”. E che c’entra? “Sul tetto di una casa di montagna, la neve cade, ne cade anche tanta, ma non vi si posa mai. Finisce nelle grondaie, cade a terra, ma non rimane e mai sul tetto”. Insomma, queste polemiche ti scivolano addosso? “Io sono un cittadino italiano, ho scelto di essere solo un cittadino italiano, inequivocabilmente italiano. E non sono di destra per caso, non lo sono mai stato per caso. Sono quello che sono, capace anche di rimettermi in gioco. E vorrei essere giudicato dai fatti, solo dai fatti”. Igor Traboni